Pericolo IA? L’avvento dei Cyber Sapiens

Potremo diventare intelligenti come le IA?

Potremo diventare intelligenti come le IA?

Le notizie riguardanti lo sviluppo delle intelligenze artificiali (AI) si sprecano negli ultimi tempi: dopo i primi supercomputer in grado di battere a poker o a scacchi gli avversari umani sono stati sviluppati sistemi artificiali in grado di identificare malattie che i medici non riescono a diagnosticare, gestire autonomamente negozi, guidare le nostre auto, addirittura creare nuove AI ancora più potenti di quelle costruite dagli uomini.

 

Di recente è stato detto che il 45% delle attività umane può venire svolto tranquillamente da una macchina e non è sbagliato immaginare che presto noi umani verremo sorpassati in qualsiasi competenza, abilità o arte.

 

Si tratta di un fatto che dovrebbe interessarci tutti, perché è stato predetto che la velocità con cui l’intelligenza artificiale surclasserà l’umanità subirà un’accelerazione senza precedenti, al punto che forse le stesse AI ci considereranno solo una specie inferiore, come noi facciamo con i cani o le scimmie. Sempre che non decidano di sbarazzarsi di noi.

 

Potrebbe esserci una soluzione che ci permetterebbe però di competere con i nuovi esseri artificiali: quella di renderci artificialmente alla loro altezza.

 

Lo scorso Ottobre Bryan Johnson (imprenditore noto per aver fondato il provider di pagamenti Braintree e il fondo OS Fund, per finanziare la ricerca genomica per estendere la durata e la qualità della vita umana) , aveva annunciato un investimento da 100 milioni di dollari per fondare Kernel, una compagnia dedicata alla produzione della prima neuroprotesi al mondo in grado di aumentare l’intelligenza umana (HI), combinandola con quella artificiale (HI +AI).

 

Ora anche Elon Musk , dopo numerosi indefiniti accenni al suo interesse nel campo dell’AI, ha dichiarato che sono attesi per il mese prossimo degli aggiornamenti sullo sviluppo del suo “laccio neurale”, una sorta di interfaccia cerebrale concepita per crescere insieme al cervello stesso, con l’obiettivo primario di ottimizzare i processi mentali e di collegare istantaneamente il cervello umano ad internet, permettendoci di restare al passo (e magari un giorno fonderci) con i sistemi di intelligenza artificiale.

 

Secondo Musk il laccio neurale permetterebbe alle nostre performance cognitive di raggiungere livelli comparabili a quelli delle AI.

 

Il suo lavoro non è molto diverso da quello di Johnson, il cui obiettivo è sintetizzabile nella seguente dichiarazione: “La connettività con le nostre nuove creazioni intelligenti è limitata a monitor, tastiere, interfacce gestuali e comandi vocali, sistemi che vincolano ad una limitata interazione. Abbiamo un accesso limitato ai nostri cervelli, restringendo la nostra capacità di coevolvere con decisione assieme alle macchine basate sul silicio”.

 

Il suo lavoro non prevede soltanto di creare un’interfaccia istantanea tra noi, le tecnologie e le AI: Kernel, la sua azienda, vuole produrre neuroprotesi in grado di riparare le nostre funzioni cognitive, contrastando i disagi neurologici come l’Alzheimer, la SLA, il Parkinson e le altre condizioni che distruggono i nostri cervelli e… le nostre vite.
E questo sarebbe solo l’inizio: questo tipo di approccio potrebbe permetterci di arrivare letteralmente a programmare il nostro codice neurale, che ci permetterebbe di trasformare noi stessi nelle persone che vorremmo diventare, o in ulteriori modi che ancora non possiamo immaginare.

 

Come spesso accade quando scriviamo certe affermazioni negli articoli di Cronache dalla metadimensione veniamo colti da un moto di titubanza: “Stiamo parlando di qualcosa di plausibile o sono deliri fantascientifici? Oppure tra quanti anni saranno realizzabili?” Eppure si tratta di sviluppi basati sul lavoro scientifico effettuato con i piedi per terra. In pratica i dispositivi allo studio funzionano replicando il modo in cui i nostri neuroni comunicano uno con l’altro e funzionano sulla base delle ricerche effettuate dal Dr . Theodore W. Berger, professore di ingegneria biomedica e neuroscienze e direttore del Center for Neural Engineering alla University of Southern California.

 

Attualmente Berger dirige l’ufficio scientifico alla Kernel e il suo team sta lavorando basandosi su 15 anni di ricerche finanziate dal National Institutes of Health (NIH) e dalla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) ottenendo già notevoli risultati nel miglioramento del recupero delle informazioni dalla memoria nei topi e nelle scimmie.

 

E’ solo questione di tempo. Quello che adesso ci può sembrare impressionante e contro natura potrebbe diventare qualcosa di cui non potremo più fare a meno, un po’ come è stato per il telefono cellulare, che vent’anni fa molti credevano non avrebbero mai avuto bisogno di utilizzare.

 

Potremo ancora chiamarci umani? Non è impossibile credere che, seppure i neonati nasceranno ancora uguali a noi (a meno di modifiche genetiche artificiali), il condizionamento sociale e l’integrazione con questi nuovi sistemi durante lo stadio evolutivo porteranno gli uomini a modificarsi biologicamente per adattarsi alle macchine a cui saranno interfacciati fin da piccoli. Arriveremo quindi forse a delineare un nuovo stadio evolutivo dell’essere umano, quello dell’Homo Cyber-Sapiens.

 

Forse quel giorno ci saranno più tipi di esseri intelligenti su questo pianeta: quelli che non potranno o non vorranno procedere ad un “upgrade” , quelli “aumentati” grazie a queste tecnologie o a modifiche genetiche nel pieno spirito del Transumanesimo e le Intelligenze Artificiali.

 

Quale sarà allora la nuova specie dominante sulla Terra?

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