The Martian: la recensione di un vero astronauta

The Martian è sicuramente il film del momento. Diretto da Ridley Scott e scritto da Drew Goddard. Il film è tratto dal romanzo L’uomo di Marte di Andy Weir e ha come protagonista Matt Damon nei panni di un astronauta che si ritrova abbandonato su Marte. La pellicola propone un tema molto attuale essendo Marte ormai alla portata della tecnologia umana, ma per la prima volta questo viene fatto restando ben ancorato alla scienza, mostrando le vere difficoltà dell’esplorazione spaziale.

Il sito Quartz ha pubblicato una recensione sul film scritta da un astronauta vero, Clayton Conrad Anderson, che ha volato verso la Stazione Spaziale Internazionale per due volte nel 2007 e nel 2010, ora in pensione.

Di seguito vi proponiamo una traduzione della recensione stessa.

Disclaimer dell’astronauta: non avevo mai scritto la recensione di un film prima d’ora. Certo, prima del 1998 non avevo neanche mai fatto cose da astronauta, e mi sono venute abbastanza bene, quindi questo non dovrebbe essere niente di che!

Di recente mi è stata data una grande opportunità. Assieme ad un entourage di scienziati della NASA, ingegneri, dirigenti, e personale amministrativo e di supporto siamo entrati in un cinema pieno zeppo per completare la missione del giorno. Rispettando il piano di missione abbiamo comprato popcorn e bibite, abbiamo dato un’occhiata dell’ultimo momento ai siti di social media e ci siamo seduti a gustarci l’anteprima di The Martian, per cortesia della 20th Century Fox.

Attesissimo da quelli di noi che si considerano geek dello spazio, il film non ci ha deluso. Certo, c’era qualche inesattezza tecnica (salutata da qualche risatina all’interno del cinema), ma nel complesso sono stato abbastanza intrattenuto dal racconto fantascientifico di coraggio e di ingegno ambientato sul Pianeta Rosso.

Il regista Ridley Scott (che, tra parentesi, ha girato un piacevole video di ringraziamento/omaggio per la NASA per la sua collaborazione nella realizzazione del film) è riuscito con successo a portare il romanzo del 2011 di Andy Weir sullo schermo con l’aiuto di una sceneggiatura ben concepita da Drew Goddard (che bel nome spaziale!).

Avendo già letto e gustato l’eccellente avventura scritta da Weir sono stato piacevolmente sorpreso dalla trasposizione del romanzo sullo schermo. Vedere i bellissimi scorci marziani, costellati di formazioni rocciose variegate da tonalità di arancione, faceva sembrare che gli uomini stessero già vivendo lì. L’utilizzo di prospettive  della superficie di Marte digitalmente accurate e riprese da punti elevati mi ha toccato il cuore. E mi è piaciuto che Andy Weir abbia intrapreso un rapporto con la NASA dopo la pubblicazione del romanzo, promuovendo la spinta che ha permesso di coinvolgere Scott direttamente nel programma spaziale. L’enfasi sull’aspetto scientifico che ne è risultata fornisce un piacevole equilibrio tra il notevole valore di intrattenimento del film e i suoi riferimenti educativi, di ispirazione, e tecnologici.

Quello che davvero ha colpito la mia immaginazione comunque, non è stata la bellezza cinematografica. E nemmeno il seducente accompagnamento musicale o la superba interpretazione condotta da un adeguatamente irriverente Matt Demon, nel ruolo dell’astronauta abbandonato Mark Watney. Per me l’aspetto più significativo è stata la rappresentazione rinnovata e stimolante della NASA. Per intenderci non sto parlando di rappresentazioni fisiche (ad esempio il Vertical Assembly Building non si trova al Johnson Space Center) ma invece del senso che il film ha dato di una sempre presente collaborazione da parte dei dipendenti della NASA convergente nel riuscire a risolvere i problemi, anche di fronte a difficoltà apparentemente insormontabili. Proprio come ho assistito tante volte nella mia carriera di 30 anni presso la NASA un team di persone comuni per premura della riuscita della missione ha messo da parte le proprie esigenze personali per mettere insieme quel piccolo extra che permette di realizzare qualcosa di straordinario.

Ho provato un immenso senso di orgoglio assistendo all’immaginario, seppur plausibile, lavoro di squadra e collaborazione tra il team dei programmi robotici senza pilota della NASA, sito al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena in California, e i team delle missioni umane di un più riconoscibile Mission Control Center di Houston.

La NASA, che di recente è stata rappresentata attraverso la lente della mondanità, riducendosi ad una serie di articoli e notizie sui piani di bilancio e sui battibecchi politici, si erge al di sopra di tutto in questo thriller fantascientifico. In netto contrasto con le notizie dei media nella realtà, The Martian dipinge quello che credo sia un quadro molto più vero del programma spaziale della nostra nazione, che richiede sforzi di collaborazione da parte di tutti i team al fine di esplorare con successo qualunque cosa che si trovi potenzialmente “là fuori”.

Quello che mi ha divertito sono state le scene di collaborazione internazionale, non tra gli attuali partner della stazione spaziale (ce ne sono 15 con cui sono instaurati rapporti stretti), ma con la Cina, il nuovo arrivato nella corsa per lo spazio. Una storia fantascientifica di sopravvivenza e salvataggio in cui uno degli avversari degli Stati Uniti gioca un ruolo chiave nella riuscita della missione? E’ una visione davvero allettante e piena di speranza per il futuro!

In definitiva, nonostante qualche difetto tecnico (lascio questo agli scienziati più tecnicamente qualificati di me – è un segnale per te, Neil de Grasse Tyson), mi è piaciuto The Martian. Mi auguro che piaccia anche a molti terrestri. E magari anche a qualche marziano!
La morale è chiara: aggiungi dell’extra all’ordinario, e tu, come Mark Watney, puoi essere straordinario! Una metafora perfetta per il nostro programma spaziale e un messaggio di ispirazione per chiunque aspiri a spingersi verso la grandezza.

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