Mars One viene demolito dagli scienziati del MIT

Mars One è il discusso progetto del ricercatore olandese Bas Lansdorp che prevede lo stanziamento entro il 2027 di una colonia permanente su Marte di persone destinate a non fare più ritorno sulla Terra.

L’ambizioso piano ha ricevuto un’ampia risonanza a livello mediatico in tutto il mondo, con più di 200.000 adesioni da parte di possibili candidati e sicuramente merita un plauso per aver portato all’attenzione pubblica l’argomento della colonizzazione di Marte.

Tuttavia se si chiede agli organizzatori, la no-profit Mars One con sede in Olanda, di dare spiegazioni sui dettagli tecnici previsti per riuscire a mandare le persone a vivere il resto della loro vita sul Pianeta Rosso, queste lasciano a desiderare. Difficilmente qualcuno dell’industria spaziale crede che siano in grado di realizzare quanto dichiarato: sono ancora sprovvisti di razzi heavy-lift, veicoli spaziali, habitat, sistemi di supporto vitale e così via. E da quando sono entrati sulla scena nel 2010 non hanno dato segni di sviluppi in corso.

Questa settimana due scienziati del MIT si sono confrontati faccia a faccia con il CEO Bas Lansdorp e uno dei suoi responsabili tecnici, Barry Finger della Paragon Space Development Corporation, in un dibattito presso la Chatolic University of America a Washington D.C. intitolato “Is Mars One Feasibile?”. Il precedente studio dei due scienziati, Sydney Do e Andrew Owens, sosteneva che il progetto di Mars One, così come proposto, avrebbe visto i suoi astronauti morire nell’arco di 68 giorni. Lansdorp ha partecipato al dibattito per tentare di riportare credibilità alla sua azienda, ma sembra che abbia fallito su tutti i fronti.

Secondo Dwayne Day, che scrive per The Space Review, “Non solo Barry Finger ha ammesso che l’analisi tecnica e le critiche del MIT erano quasi del tutto corrette, ma Lansdorp stesso ha affermato che il loro piano in 12 anni per far scendere gli uomini su Marte entro il 2027 è per lo più finzione”.

Le slide presentate dagli scienziati del MIT smontano una per una tutte le parti del progetto. Tra le critiche è stato osservato che la proposta di una missione di sola andata sarebbe più costosa di una missione andata e ritorno, dato che richiederebbe centinaia di miliardi di dollari, dovendo supportare gli esseri umani sulla superficie con cibo, acqua e ricambi per il resto delle loro vite.

Hanno aggiunto che l’ipotesi di spesa di Mars One di 6 miliardi di dollari è basata su stime sbagliate e dati non corretti ed è pertanto totalmente irrealistica: nonostante questo Mars One continua a sfruttare la forza attrattiva di un prezzo contenuto per avvicinare gli investitori. Inoltre ci sono grossi problemi legati ai sistemi di sostentamento, che comporterebbero, in caso di guasti, la morte dell’intero equipaggio. Senza contare che la tecnologia necessaria per la missione non esiste ancora e dovrebbe essere sviluppata prima di decidere di partire.

Per Lansdorp non è stato possibile fornire delle risposte in grado di spiegare come verranno risolti i problemi tecnici, ma ha continuato a vendere l’idea di mandare un giorno l’uomo su Marte, evocando pensieri nostalgici delle missioni Apollo.

Mars One non ha ottenuto una buona visibilità dal dibattito, ma di sicuro ha saputo riportare l’attenzione su un argomento affascinante come la colonizzazione di un altro pianeta, una sfida sulla quale si confronteranno nei prossimi anni le nuove compagnie spaziali private con gli enti spaziali del calibro di Nasa ed Esa, ingegnandosi per trovare soluzioni che spaziano dalle tecnologie di propulsione ai sistemi di sostentamento, fino alle implicazioni di carattere sanitario e psicologico dei partecipanti alle missioni.

Non è escluso che, come auspica Lansdorp, la follia del progetto possa richiamare a sorpresa finanziamenti da parte di qualche ricco investitore, ma sarà importante che vengano meticolosamente definiti nei dettagli tutti gli aspetti riguardanti la missione e il sostentamento dell’equipaggio che, una volta arrivato su Marte non potrà contare sugli aiuti da Terra, che impiegherebbero anche 9 mesi per arrivare, ma dovrà essere in grado di sopravvivere in autonomia. La perdita di un equipaggio rappresenta sempre una battuta d’arresto nello sviluppo aerospaziale e un simile evento potrebbe rallentare fino a chissà quando la conquista del Pianeta rosso. Al contrario, una pianificazione oculata potrebbe portare l’umanità a compiere il passo più grande del XXI secolo.

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