Vita extraterrestre: ecco come trovarla

Nuovi metodi per l’individuazione della vita su altri mondi

Trovare vita extraterrestre è uno degli obiettivi principali della ricerca astronomica, in quanto non solo permetterebbe di espandere le nostre conoscenze scientifiche, ma in qualche modo ci aprirebbe nuove prospettive sulle classiche domande esistenziali: “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”, sicuramente ponendocene di nuove, ma eliminando definitivamente l'”Ipotesi della rarità della Terra” che, per il momento, non può essere ancora scientificamente confutata (conosciamo invece già la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, ma questa è nota solo ai nerd della fantascienza).

E’ per questo motivo che, al di là dell’esplorazione con i rover sul pianeta Marte, che forse solo un tempo era idoneo alla vita, la NASA si sta apprestando all’esplorazione robotica di mondi più promettenti come il satellite di Giove Europa. Il problema però è che ancora non disponiamo di un modo per identificare le tracce di vita abbastanza preciso.

Di recente però su Analytical Chemistry è stata pubblicata una ricerca che presenta un nuova tecnica elaborata dagli scienziati del Jet Propulsion Laboratory (JPL) della NASA in California, che sfrutta l'”elettroforesi capillare”. Il metodo sostanzialmente si concentra nella ricerca di amminoacidi, i blocchi strutturali della vita, a bassissime concentrazioni, anche se in soluzioni molto salate, tramite un semplice processo di “miscela e analisi”.

Sembra che l’applicazione di questo metodo restituisca risultati diecimila volte più precisi di quelli forniti attualmente dal SAM (Sample Analysis at Mars), lo strumento a bordo del rover Curiosity

Jessica Creamer, studentessa post-dottorato al JPL e autrice principale della ricerca ha dichiarato: “Il nostro metodo aumenta il numero di amminoacidi individuati con una sola osservazione rispetto ai tentativi precedenti. Inoltre, ci permette di individuarli a bassissime concentrazioni, anche in campioni estremamente salati”.

Questo è anche il motivo per cui questo metodo potrebbe funzionare egregiamente su mondi che nascondono un oceano sotto la loro superficie, proprio come Europa. Un campione di liquido verrebbe illuminato da un laser che permetterebbe l’osservazione di molecole separate tramite specifici campi elettrici.

La tecnica è stata testata su campioni prelevati dal Mono Lake in California: si tratta di un lago dall’alto contenuto alcalino che rende difficile lo sviluppo della vita al suo interno, in un modo che si pensa non sia dissimile dalle condizioni delle acque salate che si potrebbero trovare su Europa ed Encelado. I ricercatori sono stati in grado di identificare 17 diversi amminoacidi che hanno poi analizzato per capire quali di questi provengano da organismi viventi, individuando 3 firme biologiche, un buon indicatore per poter dire che la vita è effettivamente presente.

La ricerca conclude: “Questi risultati sottolineano l’applicabilità dei protocolli descritti qui per l’individuazione delle firme biologiche degli amminoacidi nei campioni salati durante possibili missioni su Europa o Encelado, le due destinazioni preferite nella ricerca della vita al di fuori della Terra”.

Insomma, siamo ancora lontani da poter incontrare creature aliene in stile “Arrival“, anche considerando che la prossima sonda destinata alla luna Europa, il Jupiter Europa Orbiter (JEO) partirà nel 2020 nell’ambito di una versione congiunta NASA/ESA con più sonde verso Giove e raggiungerà il satellite non prima del 2028, per concludere la missione impattando sulla sua superficie, probabilmente senza avere la possibilità di utilizzare questo metodo. Ci vorrà tempo quindi prima che si possano scoprire anche solo degli amminoacidi all’interno del Sistema Solare grazie alle future missioni.

 

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