Cataratta: un collirio potrebbe farci dire addio all’intervento chirurgico

Che aspetto avrebbe il mondo intorno a noi se, d’improvviso, un velo sottile calasse davanti ai nostri occhi, rendendo la nostra visione totalmente offuscata, annebbiata? Nessun colore avrebbe più la sua luminosità e vividezza, non saremmo più in grado di distinguere chiaramente i contorni di un oggetto o i lineamenti di un volto, ogni più piccolo dettaglio andrebbe perduto… In un mondo così sbiadito e privo di particolari nulla più avrebbe per noi lo stesso significato, la stessa bellezza. La nostra intera vita non sarebbe più la stessa.

 
Purtroppo è proprio così che vedono gli oltre 20 milioni di persone che, in tutto il mondo, soffrono di cataratta, un disturbo della vista che si manifesta tipicamente in età senile.
Questa patologia è dovuta alla progressiva perdita di trasparenza del cristallino, che potremmo definire la lente naturale dei nostri occhi: è questo piccolo organo, infatti, che garantisce la messa a fuoco delle immagini sulla retina e, quindi, la nostra visione chiara e nitida di tutto ciò che ci circonda.
La cataratta non è affatto un disturbo da sottovalutare dal momento che, nei casi più gravi, può portare alla perdita totale della vista, tanto da essere attualmente annoverata come la principale causa di cecità.
 
L’unica possibilità di cura per coloro che ne sono affetti resta l’operazione chirurgica, che consiste nella rimozione e sostituzione del cristallino opacizzato con una lente artificiale intra-oculare. Sebbene questo tipo di intervento sia oggi uno dei più eseguiti al mondo ed abbia ormai raggiunto livelli di precisione e di sicurezza notevoli, resta pur sempre una procedura molto delicata ed invasiva, con rischi ed effetti collaterali annessi e connessi. Inoltre, particolare non certo trascurabile, è un intervento alquanto oneroso in termini economici e per questo non accessibile a molti pazienti, soprattutto a coloro che vivono nei Paesi in via di sviluppo.
 
Forse però potremmo essere molto vicini ad un decisivo cambio di rotta: un nuovo studio, pubblicato il mese scorso sulla rivista “Science” e condotto congiuntamente dall’University of California, San Francisco, dall’University of Michigan e dalla Washington University in St. Louis, ha infatti prospettato la possibilità di utilizzare un semplice collirio come valida alternativa alla chirurgia.
 
Per poter comprendere il meccanismo d’azione di questo innovativo trattamento farmacologico, sarebbe utile spendere qualche riga per spiegare cosa avviene di preciso nell’occhio colpito da cataratta.
Il cristallino è costituito principalmente da proteine trasparenti chiamate “cristalline”; subito dopo la nascita, le cellule degli occhi perdono la loro capacità di produrne di nuove e di scartare le vecchie, sicché le cristalline rimangono sempre le stesse nell’arco della nostra intera esistenza. Proprio perché devono durare tutta la vita, queste speciali proteine cercano di autoproteggersi e di rimanere inalterate agendo come dei veri e propri “chaperon molecolari”, ovvero impedendo che si aggreghino tra di loro a formare dei “grumi”. Sfortunatamente però, nonostante questa protezione, può succedere che, con l’avanzare dell’età, qualche proteina si danneggi o assuma delle conformazioni anomale. Dal momento che non possono essere rigenerate o scartate, esse col tempo finiscono per accumularsi ed aggregarsi tra loro in fibrille molto stabili ed estremamente difficili da sciogliere, causando così l’opacizzazione del cristallino e quindi la cataratta. Nel linguaggio scientifico, questi aggregati di proteine prendono il nome di “amiloidi”.
 
Armati di queste conoscenze, gli autori dello studio, guidati da Jason Gestwicki, Professore Associato di Chimica Farmaceutica presso l’University of California, sono andati alla ricerca di composti chimici che potessero agire come dei “chaperon farmaceutici”, ovvero come molecole in grado di prevenire l’aggregazione delle proteine, stabilizzandone così la conformazione naturale. I ricercatori hanno utilizzato un metodo noto come Fluorimetria a Scansione Differenziale (DSF), in base al quale le proteine emettono luce quando raggiungono il loro punto di fusione. Partendo dalla considerazione che il punto di fusione delle cristalline è più alto quando sono aggregate tra di loro, essi hanno esaminato migliaia di composti chimici, cercando di individuare quelli in grado di abbassare il punto di fusione fino a farlo rientrare all’interno di valori normali. Da una lista iniziale di 2450 composti, dopo progressive eliminazioni, il team di ricerca ne ha isolati 12 che sembravano possedere i requisiti richiesti, tutti appartenenti alla classe chimica degli steroli. Tra questi figurava anche il lanosterolo, un composto che si era già rivelato efficace nella cura contro la cataratta in uno studio precedentemente condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di San Diego, i cui risultati sono stati esposti lo scorso Giugno nella rivista “Nature”. Il lanosterolo aveva tuttavia presentato il grande svantaggio di essere scarsamente solubile, per cui non era stato possibile discioglierlo in un collirio, ma era stato necessario iniettarlo direttamente nell’occhio per poter sortire i suoi effetti.
Seguendo la pista del lanosterolo e degli altri steroli, Gestwicki e i suoi collaboratori hanno raggruppato ed esaminato altri 32 steroli supplementari e tra questi hanno finalmente individuato quello definitivo, denominato semplicemente “composto 29”, sufficientemente solubile da poter essere utilizzato in un collirio. In modo del tutto incoraggiante, in cellule coltivate in laboratorio, questo composto si è rivelato assolutamente efficace non solo nel disciogliere le amiloidi che si erano già formate, ma anche nel prevenirne la formazione di nuove.
 
Spostando la sperimentazione sugli animali, il team di ricerca ha esaminato sia topi geneticamente predisposti alla cataratta (in questo paragonabili agli esseri umani affetti da una cataratta ereditaria causata da mutazioni genetiche), sia topi anziani che avevano sviluppato una cataratta dovuta all’età: applicato in forma di collirio, il composto 29 ha ridotto con successo l’opacizzazione del cristallino in entrambi i gruppi di topi. Un risultato, questo, ottenuto anche nei tessuti di cristallini umani affetti da cataratta che erano stati rimossi chirurgicamente.
 
Tuttavia, senza voler smorzare troppo il comprensibile entusiasmo suscitato da questi risultati, gli esperimenti condotti sugli animali non dimostrano che la loro visione migliori, ma semplicemente che la trasparenza del cristallino aumenti. Sono dunque necessarie ulteriori ricerche sugli uomini per confermare l’effettiva efficacia del composto 29 nella cura della cataratta; perlomeno, peró, siamo sicuri di aver imboccato la giusta direzione.
 
Non solo, la forte somiglianza delle amiloidi che causano la cataratta con quelle che si riscontrano nel cervello dei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, di Parkinson o di Huntington, suggerisce la possibilità di estendere l’utilizzo di questo composto anche alla cura dei disturbi degenerativi del sistema nervoso.

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