Cancro: una possibile cura nel veleno delle vespe

Se pensiamo alle vespe, con ogni probabilità la tendenza più comune sarà quella di associarle ad immagini e sensazioni negative: questi piccoli insetti non godono affatto delle nostre simpatie, anzi sono in grado di metterci in fuga al minimo ronzìo o sorvolo ravvicinato, terrorizzati anche solo all’idea del dolore acuto che proveremmo in seguito ad una loro puntura.

Del resto, ad oggi, non è nota alcuna loro utilità per l’uomo, contrariamente a quanto accade per le api, con cui spesso molti le confondono. Queste ultime, infatti, sono considerate grandi amiche dell’uomo, un vero e proprio patrimonio da tutelare non solo per il ruolo fondamentale da esse svolto nell’impollinazione (e, quindi, nella produzione agricola), ma anche per la vasta gamma di prodotti dall’alto potere curativo e nutrizionale di cui ci fanno dono (basti pensare al miele, alla propoli, alla pappa reale).

Tuttavia l’epoca buia delle vespe potrebbe avere i giorni contati e ben presto potrebbero trionfalmente balzare agli onori della cronaca come le nostre più fedeli e potenti alleate nella lotta contro il cancro.

Una ricerca condotta dalla University of Leeds (Regno Unito) e dalla São Paulo State University (Brasile) ha infatti rivelato che il veleno delle vespe ha la straordinaria capacità di attaccare le cellule tumorali senza intaccare minimamente le cellule sane.

Non stiamo però parlando di una vespa qualsiasi: si tratta nello specifico della “Polybia Paulista”, una specie che vive principalmente in Brasile. Questa vespa è in grado di produrre una tossina anti-cancro chiamata MP1 (Polybia-MP1), contenuta nel suo veleno e dall’insetto utilizzata per difendersi ed attaccare le sue prede.

Ma in che modo questa tossina sarebbe in grado di distinguere le cellule tumorali da quelle sane, attaccando selettivamente solo le prime? Secondo questa ricerca, pubblicata nel “Biophysical Journal”, la MP1 sfrutterebbe una caratteristica peculiare delle cellule tumorali, ovvero la distribuzione anomala dei lipidi sulla loro superficie. Nelle cellule malate, infatti, i fosfolipidi, tra cui la Fosfatidilserina (PS) e la Fosfatidiletanolammina (PE), sono “esposti” sul lato esterno della membrana cellulare, mentre nelle cellule sane sono “nascosti” sul versante interno.

Il meccanismo d’azione della MP1 nelle cellule tumorali sarebbe il seguente: interagendo con i fosfolipidi situati in superficie, la tossina riuscirebbe ad aprire dei grossi fori sulla membrana cellulare, da cui comincerebbero pian piano a fuoriuscire alcune molecole fondamentali per la funzionalità e la sopravvivenza stessa delle cellule, determinandone così la morte. Le cellule sane verrebbero invece “risparmiate” proprio perché in superficie non presentano alcun lipide, quindi la MP1 non avrebbe nulla a cui “attaccarsi” e con cui interagire.

Paul Beales, della University of Leeds e co-autore dello studio, ha dichiarato: “Le terapie oncologiche che attaccano la composizione lipidica della membrana delle cellule tumorali potrebbero rappresentare la nuova frontiera nella lotta al cancro. Esse potrebbero rivelarsi estremamente utili nello sviluppo di nuove terapie che combinano contemporaneamente più farmaci, ciascuno dei quali andrebbe ad attaccare simultaneamente parti differenti delle cellule tumorali”.

Al fine di testare gli effetti causati dalla presenza della PS e della PE sulla superficie esterna delle cellule, i ricercatori hanno creato in laboratorio dei modelli di membrane cellulari rivestite con la PE e/o con la PS; utilizzando un’ampia gamma di tecniche di imaging, hanno poi osservato il modo in cui la MP1 interagiva con esse. Gli esperimenti hanno rivelato che la presenza di ciascuno dei due fosfolipidi aveva un effetto distruttivo sulle cellule. La PS era in grado di aumentare di sette o otto volte la probabilità che la MP1 si legasse alla membrana cellulare, mentre la PE faceva incrementare dalle 20 alle 30 volte le dimensioni dei fori creati dalla MP1.

“Generatisi nell’arco di pochi secondi, questi fori erano sufficientemente grandi da permettere alle molecole vitali, come l’RNA ed altre proteine, di fuoriuscire facilmente dalle cellule”, ha dichiarato João Ruggiero Neto della São Paulo State University e co-autore dello studio. Ha poi aggiunto: “E’ stato davvero sorprendente osservare come questo peptide, in presenza della PE, riuscisse ad aumentare considerevolmente il grado di permeabilizzazione della membrana cellulare, nonché le dimensioni dei fori apertisi su di essa”.

Il prossimo stadio di questa ricerca sarà quello di “manipolare” la sequenza ammino-acidica della MP1, al fine di comprendere cosa precisamente conferisce alla tossina le sue proprietà selettive, per poi testarle e perfezionarle. Beales ha dichiarato: “Comprendere a fondo il meccanismo d’azione di questo peptide sarà di notevole aiuto per gli studi traslazionali, in modo da accertare ulteriormente la concreta possibilità di utilizzarlo in medicina”. E ancora: “Dal momento che in laboratorio ha dimostrato di essere selettivo nei confronti delle cellule tumorali e per niente nocivo nei confronti delle cellule normali, questo peptide ha tutto il potenziale per rivelarsi sicuro anche sull’uomo, ma sono necessari ulteriori studi per provarlo”.

Se, in seguito a questi ulteriori studi, la MP1 dovesse davvero rivelarsi efficace e sicura anche sull’uomo, sarebbe evidente quanto sia ancora importante affidarsi alla Natura per trovare molecole con proprietà indispensabili per la cura di determinate malattie, non essendo ancora possibile simularle in laboratorio a fini di sintesi.

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