Il primo impianto del mondo ad emissioni negative

Hellisheiði

Hellisheiði, la prima centrale ad emissioni negative del mondo

Se di colpo riuscissimo a bloccare completamente le emissioni di CO2 a livello globale, quali sarebbero i risultati in termini di benefici per il pianeta? Secondo uno studio di qualche anno fa dell’Università di Princeton non risolveremmo i nostri problemi perché il diossido di carbonio emesso fino adesso continuerebbe a riscaldare il pianeta per secoli.

Sembrerebbe quindi che, alla faccia dei detrattori del surriscaldamento globale, tra cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il destino inevitabile del nostro pianeta fosse quello di dover subire gli effetti di un devastante effetto serra, con conseguente desertificazione di molti territori ora temperati, la crescita dei fenomeni meteorologici violenti, la carestia dilagante e immensi fenomeni migratori di popolazioni ridotte allo stremo per le condizioni inospitali.

Nell’ottica di trovare una soluzione al problema, gli scienziati hanno concluso che sarà necessario che ogni nazione adotti delle tecnologie di geoingegneria in grado di consumare il carbonio dall’atmosfera entro e non oltre il 2030.

La soluzione dall’Islanda

Sembra che l’Islanda sia arrivata prima su questa sfida realizzando un impianto di energia geotermica da 300 megawatt nell’area del vulcano Hengill, nel sud ovest dell’isola, la centrale di Hellisheiði, che è la terza centrale ad energia geotermale del mondo.

L’impianto è in grado di catturare più diossido di carbonio di quello che produce, rendendo di fatto la centrale produttrice di emissioni negative. Il tutto si ottiene grazie ad un sistema di ventole che aspirano l’aria, ne filtrano la CO2 e la iniettano nell’acqua che viene pompata nel sottosuolo e fatta diventare roccia. A dispetto di quello che sembra un’attività tecnicamente complessa il processo è semplice e produce energia togliendo le emissioni dall’ambiente.

Le difficoltà ancora da superare

I limiti legati all’adozione di questa tecnologia sono quelli dei costi. Il processo di conversione del

Hellisheiði

Altra immagine della centrale di Hellisheiði

diossido di carbonio in roccia comporta una spesa di circa 30$ a tonnellata, il che non è eccessivamente costoso, ma catturare il gas dall’aria lo è molto di più, per cui i creatori di questa tecnologia puntano a miglioramenti tali da ridurre il costo a 100$ al ciclo, in modo da favorirne l’adozione su scala globale.

Il processo di trasformazione e stoccaggio del carbonio sottoterra non è nuovo e fa parte di una serie di soluzioni di geoingegneria sviluppate da anni per combattere il problema, di cui abbiamo già discusso nell’articolo relativo alla proposta di ricongelamento artificiale dell’Artico.

La realizzazione di questo impianto è la prova che questo processo funziona, ma soprattutto che al giorno d’oggi è possibile produrre energia in un modo che non è lontano dalle nostre capacità tecnologiche ed economiche.

Ora, l’impegno sarà quello di rendere queste tecnologie sempre più competitive in modo da favorirne l’adozione su scala globale, cercando di vincere le frizioni politiche ed economiche che stanno trascinando il pianeta verso situazioni insostenibili.

 

 

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